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Autore Discussione: Putting the game back in game design  (Letto 1091 volte)
Federico Fasce
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« inserita:: Giugno 19, 2009, 08:40:35 am »

Mi sembra di notare, ma magari sbaglio, che le poche discussioni che si generano in quest'area sul game design siano spesso molto connotate a livello tecnologico.
Il che, probabilmente, è semplice deformazione professionale.

Ma sono curioso di natura, quindi apro la discussione.

Quanto conta, per un game designer, la conoscenza e l'analisi di giochi che non siano per forza i videogame? Ultimamente ho trovato parecchia ispirazione dai boardgame e da tutta un'altra serie di giochi (passatemi il termine del tutto inappropriato) analogici.

E ancora. Perché se all'estero la game developer conference è, appunto, "game", riferita ai giochi nel loro insieme (e si parla di generi di gioco differenti, come gli urban game), qui in italia abbiamo scelto di specificare che si parla di videogame e solo di quello?

Non è limitante? Almeno dal punto di vista del design, naturalmente.
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Stefano Gualeni
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« Risposta #1 inserita:: Giugno 19, 2009, 10:57:57 am »

Quanto conta, per un game designer, la conoscenza e l'analisi di giochi che non siano per forza i videogame? Ultimamente ho trovato parecchia ispirazione dai boardgame e da tutta un'altra serie di giochi (passatemi il termine del tutto inappropriato) analogici.

L'approccio "ludologico" allo studio dei videogame, ovvero quello che considera i videogiochi come elaborazione o derivazione di forme di "play strutturata" tradizionali (per esempio i boardgame, gli sport e i giochi a squadre all'aperto), e' al momento quello piu' utilizzato in pubblicazioni e ricerche accademiche. Di riflesso nelle universita' per la formazione di game developers e' utilizzato come base per introdurre i game studies e strutturare i corsi sul game design. A giudicare anche semplicemente dalle pubblicazioni per la formazione professionale che prendono la posizione "larga" e "analogica" come quella a cui ti riferisci (Game Design Workshop, Fullerton, 2008; The Art of Game Design, a book of lenses, Schell 2008, The Game Design Reader, Salen & Zimmermann, 2008) e' evidente che il modello ludologico sia considerato efficiente e desiderabile in campo educativo. Sebbene non sia particolarmente un fan della ludologia, anche io comincio con Huizinga, Caillois e compagnia bella per sviluppare i primi prototipi cartacei. E' uno standard dal punto di vista educativo da circa otto anni.

E ancora. Perché se all'estero la game developer conference è, appunto, "game", riferita ai giochi nel loro insieme (e si parla di generi di gioco differenti, come gli urban game), qui in italia abbiamo scelto di specificare che si parla di videogame e solo di quello?

Le uniche lectures a cui ho assistito negli ultimi tre anni di GDC che non fossero esplicitamente rivolte all'intrattenimento digitale per se erano quella sul "blind testing" nel 2007 del grandissimo Steve Jackson e un paio sugli ARG a cui partecipava appunto la McGonigal. Tutte e tre avevano comunque una prospettiva votata ad offrire spunti e "insights" a sviluppatori di videogiochi, intendo dire che il content aveva comunque un focus videoludico.
Oltre al GDC ,come saprai, ci sono vari summit (ARG, Serious Games, Games For a Change, Educational Games, etc.) in giro per il mondo che trattano argomenti specifici, non necessariamente mainstream come alla GDC di San Francisco e non necessariamente organizzate da CMP.
La questione, a mio modo di vedere, e' semplicemente che in Italia in questo momento c'e' un interesse limitato gia' per il gamedev in generale ed e' utopistico aspettarsi che vengano organizzati eventi che si occupino di sottoinsiemi specifici.
« Ultima modifica: Giugno 19, 2009, 11:01:05 am da Stefano Gualeni » Registrato

Stefano Gualeni
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Federico Fasce
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« Risposta #2 inserita:: Giugno 19, 2009, 11:19:44 am »

Guarda guarda, tutti libri che ho studiato in quest'ultimo periodo. Evidentemente mi hanno influenzato per benino.

Forse mi sono spiegato male. Che il focus videoludico non si perda non è un problema. Lo è semmai il fatto di connotare eccessivamente l'evento, di fatto escludendo contaminazioni esterne che potrebbero essere preziose (e che, alla GDC, per quanto sporadici, comunque non mancano). Proprio la mancanza di conferenze più settoriali dovrebbe indurre una maggiore estensione (almeno nella semantica Smile) alla conferenza italiana.

Riguardo all'approccio ludologico. Personalmente credo che sia l'unico possibile anche per i videogame (con al limite delle eccezioni, ma stiamo parlando di un approccio che da Huizinga in poi è in costante evoluzione) proprio perché stiamo parlando di giochi Smile

Il mio interesse viene proprio dal rischio che corriamo nel limitarci, come designer, a un approccio troppo centrato sulla tecnologia e sullo stato corrente dell'industria, con il risultato di non vedere lontano e di rimanere un po' ancorati ai soliti cliché.
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Giovanni Caturano
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« Risposta #3 inserita:: Giugno 24, 2009, 08:16:19 pm »

La conferenza italiana si doveva chiamare, inizialmente Italian Game Developers Conference (IGDC), però poi si è deciso di cambiarla semplicemente per evitare l'idea che fosse affiliata al GDC, cioè che fosse "semplicemente" il capitolo italiano del GDC.
I rapporti col GDC sono ottimi, come credo sia evidente, ma per certi versi la conferenza italiana si pone obiettivi più ampi.

L'idea stessa che si discuta di contaminazione tra "videogiochi" e "giochi" è simpaticissima.
Un po' come discutere se ci debba o non ci debba essere contaminazione tra giochi di carte e giochi da tavolo. Very Happy
I videogiochi sono diventati talmente importanti che sembriamo quasi dimenticare il fatto che non siano altro che giochi. Un tipo particolare di giochi.

Se posso permettermi di dire una banalità che ho già detto altre volte: la forza di Nintendo è proprio non dimenticare mai questo fatto.

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« Risposta #4 inserita:: Giugno 25, 2009, 03:16:02 am »

cioè che fosse "semplicemente" il capitolo italiano del GDC.
Ma magari lo fosse, eviterei ogni volta di mangiarmi le mani per non esser potuto volare in quel di San Francisco. Wink
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Federico Fasce
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« Risposta #5 inserita:: Giugno 25, 2009, 08:14:04 am »

Giovanni, direi che hai colto in pieno il punto.
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Giovanni Caturano
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« Risposta #6 inserita:: Giugno 29, 2009, 12:08:35 pm »

cioè che fosse "semplicemente" il capitolo italiano del GDC.
Ma magari lo fosse, eviterei ogni volta di mangiarmi le mani per non esser potuto volare in quel di San Francisco. Wink

Dai tempo al tempo.
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